Primigenia

A colloquio con Franco Boggero

A colloquio con Franco Boggero

Il fascino del pietrischetto sul piano viabile.

Esordiente a 56 anni con un disco “Lo so che non c’entra niente” (Folkest Dischi) che si classifica al secondo posto del prestigioso “Premio Tenco”. Ce n’è d’avanzo per motivare un’intervista, rivelatrice di una personalità originale capace di lasciarsi affascinare dalle frasi sentite o lette in giro.

Scusa se la prima domanda è banale, ma dato che siamo quasi coetanei sono molto incuriosito dalla risposta che mi darai. Che effetto fa pubblicare il proprio primo disco a cinquant’anni, è proprio il caso di dirlo, “suonati”?
Suonati, certo: sono nato nel 1953. Però l’effetto non è per me così stravolgente, ormai mi sono abituato a questi ritardi. Mia figlia è nata quando avevo già quarantacinque anni, la mostra più bella l’ho fatta a cinquantun anni, a cinquantaquattro ho pubblicato il libro più utile ed importante. Ma questo addensamento produttivo – chiamiamolo così – in età matura ha presupposti lontani, elaborazioni lunghe. Niente nasce a caso, per così dire. Aggiungerei, per essere più preciso, che vivo in modo ipercinetico i ritmi quotidiani, e con una sorta di fatalismo le grandi scelte: che quindi, a ben guardare, vere scelte non sono, ma piuttosto decantazioni, affinamenti. Insomma, il disco è uscito quando “doveva” uscire…

Franco1A differenza di molti tuoi colleghi cantautori che sono medici, capostazioni e avvocati, tu anche professionalmente ti occupi d’arte, in qualità di storico, e lavori per la Soprintendenza alle Belle Arti di Genova. Si può parlare di schizofrenia tematica… o piuttosto di una vita in cui l’estetica ha avuto comunque il sopravvento?
La domanda è degna di uno psicanalista, faccio un respiro lungo e provo a rispondere: delle due, la seconda. La pulsione estetica ha avuto una parte importante nella mia vita, anche se i discorsi e le pose estetizzanti mi mettono sempre in grande imbarazzo. Di un’opera d’arte finisco per apprezzare la bellezza quasi incidentalmente, mentre sto indagando le circostanze della sua realizzazione o l’ambiente che l’ha recepita: diciamo che vivo commozioni estetiche risvegliate da considerazioni “casuali”.
Inoltre, se di doppia vita nel mio caso si può indubbiamente parlare, la schizofrenia è solo apparente: lo storico dell’arte e il cantautore si scambiano tranquillamente dati ed emozioni. Io faccio il tecnico di zona della Soprintendenza, giro per il Ponente ligure seguendo restauri e mi rapporto alle persone più diverse, sindaci e parroci, priori di confraternite e cultori di storia locale, artisti e pittori della domenica, restauratori e sedicenti operatori culturali… Un quadro molto composito, anche dal punto di vista antropologico: come fai a non trarne delle ispirazioni? In quel senso, è il funzionario-storico dell’arte a dare una mano al cantautore.
Viceversa, può sempre succedere che durante la presentazione di un restauro mi vengano fuori un gesto o una pausa espressiva leggermente istrionici… Ma così, giusto per riconquistare l’attenzione di una platea un po’ provata.
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Qual è stata la tua storia musicale?
Ho cominciato a 12 anni, con uno sgangheratissimo complessino al quale avevo trovato un nome inglese, The Pixilated Cocks, che non tutti i sette componenti riuscivano a ricordare. Ho cominciato poi a comporre canzoni col mio compagno di banco del liceo, Antonio Bottero: lui la musica, composta alla chitarra, ed io i testi. Creavamo pezzi grotteschi e tutti “in stile”, rifacendo a modo nostro De André (“Bionda glaucòpide / labbra di fiamma / mostrati un po’ / che non veda la mamma”) e Jannacci (“A Venezia andò coi Barnabiti”), ma anche Baglioni (“Non fare / quella specie di / faccia seria”) e i Pooh (“Desiderio di capire / desiderio di morire”). Poi eravamo passati a cose più originali, certi quadretti tra l’ironico e il surreale (“Con i piedi nell’acqua / sto pensando alla vita”). Avevamo addirittura avuto, negli anni dell’Università, la concreta possibilità di incidere un lp, che non è uscito sul mercato per – diciamo così – incomprensioni con la produzione. A distanza di molti anni conoscevo Giacomo Lantrua, e attraverso lui la D’s Band di Angelo Delfino. Con questi nuovi amici di Taggia ho ripreso a suonare, di tanto in tanto – loro le loro cose, io le mie, strimpellando faticosamente il piano -, finché non ho incontrato Marco Spiccio. Circolava nei locali del centro storico di Genova la copia di un mio demo, è stato lui a cercarmi presentandosi sulla segretaria telefonica come il personaggio di una delle mie canzoni (il “venditore di accendini rubati”).

Con Spiccio e con un suo vecchio amico nonché eccellente cantautore, Augusto Forin, abbiamo messo su nel ‘98 un gruppo e un’associazione, “Operazione Arcivernice”, che si rifaceva nel nome alle imprese di un personaggio del “Corriere dei Piccoli”, Pier Cloruro de’ Lambicchi. L’idea era quella di passare verniciature musicali rivitalizzanti sui siti e sulle situazioni più diverse: un’esperienza faticosa e memorabile, seguita, dopo lo scioglimento dell’ensemble, da anni di piccoli concerti: ero accompagnato al piano da Spiccio, al quale col tempo si sono aggiunti Federico Bagnasco al contrabbasso e Daviano Rotella alla batteria. A un certo punto c’è stato l’incontro, propizio e felice, con Bruno Cimenti e Nives Agostinis che mi hanno prodotto per la “Folkest Dischi”. E così, nel luglio 2009 è uscito il mio primo cd, “Lo so che non c’entra niente”. In questo disco – mi piace ricordarlo – riemerge anche la vecchia amicizia con la D’s Band di Taggia, attraverso un ghost track, Il gregario, nel quale viene presentato come una vera e propria cover il pezzo più affascinante del loro repertorio.
Hai dei punti di riferimento stilistici e come li hai metabolizzati? Visto che, almeno in scena, suoni solo il kazoo, con quale strumento componi?
Il kazoo è stato, semplicemente, una scelta dettata dalla povertà. Compongo al piano, che ho imparato a strimpellare da solo molti anni fa, contando i tasti e pasticciando con gli accordi. L’effetto è “metalmeccanico” – devo la definizione a Giorgio Conte -, ma credo che la cosa non manchi di aspetti positivi, quanto meno sul piano della libertà espressiva. Un illustre arrangiatore mi ha chiesto, un giorno, di poter osservare con calma il sistema non ortodosso con cui poso le dita sui tasti. Questo mi fa pensare, da un lato, al mito del Buon Selvaggio, e l’idea mi piace (oltre tutto il Settecento è il mio secolo prediletto); e dall’altro, all’interesse che un etologo potrebbe avere nei confronti di uno scimmione musicante. Il piano, per la cronaca, è un “Gebrüder Stingl” viennese verticale. Mi è stato regalato negli anni dell’Università da un cugino di mio nonno: vorrei parlare un po’ di lui, se posso. Si chiamava Mario, e in età matura aveva diretto grandi alberghi in mezza Europa. In gioventù invece aveva scritto commedie, praticato il calcio e la scherma, tentato la strada del cinema, frequentato i futuristi della seconda generazione. “Ho fallito quasi in tutto”, mi diceva, “ma in tutta coscienza mi sono divertito”. Quanto ai miei riferimenti stilistici, direi che non sono meno disordinati delle mie letture. In questo momento, tengo sul comodino – ho appena controllato – I sette pilastri della saggezza di T.E. Lawrence, un tomo di 840 pagine che sarebbe forse meglio adottare in un lungo viaggio; un agile gialletto scritto nel primo Novecento di Jacques Futrelle (La macchina pensante), e poi Suspense, un romanzo di Joseph Conrad ambientato in parte a Genova (ma incompiuto), e Chi siamo-La storia della diversità umana, di Luca e Francesco Cavalli-Sforza. Che musica ho sentito, ultimamente? Vediamo:Van Morrison e i Mills Brothers, il “Flauto Magico” di Mozart e due sinfonie di Shostakovich, i Chieftains e Leonard Cohen, Brian Wilson e Chico Buarque, Ry Cooder e Goran Bregovic. Non so se ci si possa cavare un minimo comune denominatore, ma ci sarà pure… Quanto ai punti di riferimento, e non solo stilistici, c’è di sicuro Giorgio Conte. Lui mi ha indotto (in modo piuttosto deciso, per la verità) a riprendere con consapevolezza un’attività di cantautore lasciata un po’ perdere, a fare l’esame alla SIAE, a depositare comunque i miei pezzi.

Il titolo del tuo disco “Lo so che non c’entra niente”, tipico intercalare che si usa premettere quando durante una discussione si sono finiti gli argomenti più pertinenti, tradisce il fascino delle frasi comuni che inevitabilmente caratterizzano il nostro quotidiano. Come definiresti gli ambiti di questa tua particolare sensibilità linguistica?
Nel saggio dei Cavalli-Sforza che citavo prima si parla dello stile di vita del pigmeo, il tipico cacciatore-raccoglitore, contrapponibile a quello del bantu, l’agricoltore stanziale. Fra gli storici dell’arte sono bantu i direttori dei musei, e pigmei i tecnici di zona della Soprintendenza. Fra i cantautori, non so bene quali si possano definire bantu: forse quelli che coltivano i loro testi in modo ampiamente auto-referenziale. Io di sicuro mi metto fra i pigmei, raccolgo vari materiali e magari li lascio lì per un bel po’, guardandoli di tanto in tanto. Di sicuro mi affascinano le cosiddette frasi comuni, le inflessioni dialettali, i lessici famigliari e quelli tecnici, questi ultimi anche per lo spicco che possono assumere quando li cali a sorpresa in un altro contesto: “circonvallazione”, “effetti letterecci”, “pietrischetto sul piano viabile”. Mi càpita, anche, di lasciarmi affascinare dal suono di una frase ascoltata in giro (“Può darsi che noi uomini ci piace perdere”) e di ruminarla a lungo prima di musicarla. La linea melodica che alla fine viene fuori dovrebbe riflettere in qualche modo la dinamica di quel costrutto, non so se mi spiego. Non ho compiuto studi musicali, alla SIAE sono iscritto come melodista non trascrittore, Franco4e come tutti gli analfabeti ho bisogno di qualcuno che metta sul pentagramma le mie idee. Per fortuna c’è Marco Spiccio, con la sua onestà e il suo rigore.

I protagonisti delle tue canzoni, che siano ciclisti o calciatori, famiglie più o meno in crisi o semplici sensazioni autobiografiche, sono accomunati dall’essere minimi, antieroi e tutt’altro che epici. Eppure, grazie alle tue canzoni, vengono fotografati in primo piano, vivono anche loro un momento di fama, non sempre però necessariamente positiva. Ma cosa pensa Franco Boggero dell’umanità che lo circonda? La ama o la detesta?

La ama, anche se a modo suo e con tutti i limiti del caso. Ancor più degli arroganti detesto i manipolatori, e più dei permalosi i distratti, gli incapaci di ascolto; ma le mie irritazioni sono tanto violente quanto rare e brevi. Quegli antieroi fotografati in primo piano, come dici tu, lasciano in piena evidenza le loro fragilità ma non sembrano neanche troppo ansiosi di nasconderle: e se ci provano, fanno quasi tenerezza. “Tiri un sospiro ma lo so che sei contento”, il titolo di una canzone lunga e strana che non compare nel disco, indica un tratto preciso del carattere dei liguri. L’idea me l’aveva data Aldo, un mio amico, parlandomi di suo zio che dopo aver zappato a fondo l’orto si guardava intorno con le mani sui fianchi e sbuffava, per dissimulare l’appagamento.

I musicisti che ti accompagnano… Parlaci di loro e di quanto sono creativamente complici…

Un esempio, per semplificare. Compongo una canzone e la faccio sentire a Marco accompagnandomi al piano. In genere lui non fa nessun commento e cerca subito di ripeterla pari pari, anche in vista della sua trascrizione. Ma può succedere che ci introduca, magari neppure di proposito, qualcosa di suo. Nel tema strumentale di “Bonhomme” c’è un accordo diminuito che, piazzato in quel punto, rende struggente l’atmosfera dei due tipi a colloquio: è un’idea di Marco, bella, e tanto è bastato perché lo associassi a me come autore della musica. In altri casi si tratta di scelte più complesse (i tre diversi ritmi che presuppongono altrettanti climi, in “Non ti vedo, non ti credo”). Oppure di critiche, non sempre larvate, che talvolta ammettono un mio ripensamento. In un pezzo che devo ancora depositare, “Un uomo in gran pericolo”, Federico Bagnasco – altro egregio musicista – ha trovato addirittura qualcosa di Elton John in un bridge che forse non ho studiato abbastanza, e sul quale sarà il caso di tornare…
Ma il discorso è più complesso: è proprio nel clima di complicità che si crea suonando, progettando o semplicemente chiacchierando – con Marco, con Federico, o con lo stesso Daviano Rotella, musicista e persona di grande sensibilità – che trovo il clima e l’incoraggiamento giusto.
Finisco con una specie di aneddoto. Lo scrittore Francesco Biamonti, incontrato più di dieci anni fa a Pigna, nelle Alpi Liguri, aveva dato dei miei pezzi una definizione sintetica e, direi, molto centrata: “Disincanto e incanto”. Ora, se per me il disincanto è condizione necessaria ed abituale, trasferirsi spontaneamente nel clima opposto e complementare è un altro paio di maniche: ma suonare in condizioni di simpatia può aiutare, e molto.Franco5

Un noto giornalista musicale straniero, profondo conoscitore ed estimatore dei cantautori italiani, presente alla “prima” del tuo disco, ci ha confidato: “Da tempo non ascoltavo un debutto così emozionante. Boggero non si intestardisce nello sforzo di inventare qualcosa di nuovo, ma è capace di riassumere il meglio della canzone d’autore degli ultimi quarant’anni, da Paolo Conte a Gian Maria Testa, da Francesco Baccini a Ivan Segreto, da Enzo Jannacci a Vinicio Capossela, pur restando sé stesso, arricchendosi e arricchendo”. Cosa pensi di questa opinione?
Che è un complimento splendido e che riflette, se non la realtà tout-court – quello non sta a me dirlo -, la sostanza dei miei tentativi. Anche come storico dell’arte, considerando soprattutto le opere del passato, mi confronto continuamente con la modalità dell’imitazione e con l’infinita varietà dei suoi esiti e delle sue sfaccettature. In fondo, anche quando col mio compagno di banco del liceo ri-facevo i cantanti famosi, cercavo in qualche modo di afferrare certi meccanismi, di appropriarmene. In quegli stessi anni avevo composto, per conto mio, una trentina di ottave ariostesche (“storie di cavalieri con celata / e con pennacchio sbatacchiante al vento”) per entrare bene all’interno di un sistema metrico che mi affascinava per la sua particolare musicalità. Ovviamente, con tutto il rispetto per i processi imitativi, a un certo punto devi assolutamente metterci qualcosa di tuo: da sole, le provviste non bastano. In altre parole, puoi cucinare minestroni decenti riscoprendo avanzi congelati nel freezer, ma a un certo punto ti verrà pure l’idea di metterci qualcosa di assolutamente nuovo, che ne so?, una scatola di lenticchie o un pizzico di zenzero in polvere. “Arricchendosi e arricchiendo”, dice ancora: e qui entra in ballo la cosa forse più importante per me, l’urgenza di comunicare con forza a chi mi sta davanti una progressione di emozioni e commozioni, riassorbendo e trasfigurando in una specie di fusione a caldo tutti i possibili spunti imitativi

 

A cura di Roberto G. Sacchi – foto di Laura Milone)  Novembre 2009

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