Primigenia

C’era un cartello giallo

C’era un cartello giallo

Per Amore…solo per amore.
Note dalla rassegna d’autore “C’era un cartello giallo”
(di Daniele Lucca -2005-)

Era l’ottobre del 2004, quando durante la Rassegna del Club Tenco all’interno della mitica “Infermeria Bigi ed Eredi” del Teatro Ariston di Sanremo, il medico-pianista Marco Spiccio, felicemente e poeticamente ebbro di musica d’autore e di Rossese di Mandino Cane, mi confidava quasi sottovoce, con tono carbonaro ed entusiasta: “Ho scovato a Genova il luogo magico, il luogo ideale per una rassegna di canzone d’autore…sul mare” “…Boccadasse ?” “No, a Nervi, la Marina di Capolungo, a una “creuza” di distanza dalla stazioncina di S.Ilario…devi assolutamente venire a vedere…perché è favolosa e perché sarai tu a presentare la rassegna”
Ecco, il sogno aveva iniziato a trasformarsi in realtà. O il contrario? La magia sortiva il suo effetto creativo.
Proprio nei luoghi di Fabrizio De Andrè e della sua “bocca di rosa”, il 25 giugno, data d’inizio della rassegna, ecco il piccolo palcoscenico, in una splendida “caletta”, montato a belvedere sulle barche in secca, sulla deliziosa spiaggetta solitaria e la cintura di scogli. Sul mare. Da non credere…
Si, il luogo ideale ed anche il periodo ideale.
Marco Spiccio ha colto l’occasione dei festeggiamenti del 60° anniversario della fondazione della Società Sportiva S.Ilario per organizzare uno degli eventi musicali e poetici più belli ed emozionanti di tutta la stagione ligure: “C’era un cartello giallo con una scritta nera…”
E chi scrive ha avuto il privilegio di presentare o per meglio dire ha “arredato il silenzio” per cinque fine settimana (dal 25 giugno al 24 luglio) di emozioni assolutamente indimenticabili.CartelloGialloTutti350
Musica e poesia, anzi, trattandosi di canzone d’autore, in quei giorni ho voluto ribattezzarla “canzone di poesia” e quindi come meglio presentare un evento di questo tipo, se non scovando poesie legate ai temi cari agli artisti presenti.
Ecco allora la sintetica cronistoria di un evento nel quale l’Amore, l’Amicizia e la Magia l’hanno fatta da padroni: Amore per l’Arte, per l’Uomo, per la Vita e tutto ciò che ne comporta, compresa la voglia di condividere la bellezza di alcuni momenti importanti. Profonda amicizia nei confronti del “colpevole” di tutto ciò, l’insostituibile Marco Spiccio che ha semplicemente alzato la cornetta del telefono chiamando i suoi innumerevoli amici artisti, i quali senza tante domande, fidandosi ciecamente della sua sensibilità, per pura e semplice amicizia si sono esibiti. Ed infine la Magia che ha permeato tutto l’evento, il luogo, le persone presenti, artisti e spettatori, in un’emozionante atmosfera complice, alchemicamente perfetta, evitando, inoltre, che piovesse sulla Marina di Capolungo, quando dovunque, addirittura solo a duecento metri di distanza, diluviava. Ma andiamo con ordine.
“Caminantes no hay camino, se hace camino al andar”, “Viandanti non esiste la strada, la strada si crea andando”. Con questa frase amata dai gitani, e tratta da una poesia di Antonio Machado, ho voluto esordire durante la serata iniziale della rassegna, per presentare il lungo viaggio che ci attendeva.
Un programma che, quasi ogni sera, oltre agli artisti in cartellone prevedeva la presenza di uno o più ospiti a sorpresa e che si apriva proprio il 25 giugno con il concerto di Alessio Lega ed Isa.
Alessio Lega, cantapoeta anarchico ed idealista, Targa Tenco per la migliore opera prima nel 2004,(“Resistenza e Amore” inciso con i Mariposa) ha diviso il palco di S.Ilario con la sua compagna artistica Isa, poetessa vera, dalla voce flautata, sognante ed “antica”; autrice di un notevole e tanto atteso esordio discografico nel 2003 dal titolo “Disoriente”. I due (che hanno in corso di preparazione un disco tematico sulla migrazione “Avventure di Carta”, hanno dato vita ad un concerto dalle due anime distinte: libero dagli stereotipi musicali, impegnato e gaglioffo , fantasioso ed entusiasta anche quando amaro ed incazzato Alessio; delicata e critica, rabbiosa d’amore e amara di delusione, innamorata in dolce e sussurrata attesa o armoniosamente sensuale, la sirena Isa.
Tra i due, ecco l’ospite a sorpresa, il trovatore Luigi Majeron, ottimo poeta, scrittore, cantautore friulano di Carnia con la sua chitarra che ha trasportato tutti noi in un sogno lucido attraverso le sue storie vere e leggendarie di montagna e di frontiera, raccontandoci e cantandoci della “Neve di Anna” e “Si vif” ossia Si vive: “Si vive di viaggi, di solitudine, di tempo che con il tempo diventa di seconda mano, si vive di un pianto nascosto e senza buoni ricordi non si cresce mai abbastanza, si vive comunque ma costa qualcosa in più”.
Un altro grande amico, Luigi, con il quale, nel dopo concerto, abbiamo fatto tutti volentieri l’alba bevendo buon vino e raccontandoci la vita.

Passati cinque giorni (30 giugno) siamo arrivati al concerto del “mai domo” Federico “Chicco” Sirianni. Come potrebbe mai esser domato un purosangue della sua razza? Una razza di artisti in viaggio costante, nomadi non per scelta ma per istinto naturale. Ha partecipato al Club Tenco nel 1993, Premio della Critica al Festival di Recanati 2004, navigante genovese trasferitosi in Sabaudia, a Torino ed in attesa di terminare il suo ultimo disco, che, speriamo (siamo impazienti) vedrà la luce quest’inverno, accompagnato dalla incredibile “Molotov Orchestra”, ha dato una vera scossa alla Marina di Capolungo gremita all’inverosimile, con le sue canzoni dalle atmosfere sempre piene, grondanti di vita e realtà nel bene e nel male, tra la colta, araba e mediterranea Genova, le penombre fumanti di New York o Chicago e le atmosfere zingare di Sofia o Belgrado. Maturo, appassionato, imperdibile “Chicco” che naviga su “Onde Clandestine”.
Tra il folto (come del resto, in tutte le serate) e attento pubblico della Marina, uno degli uomini di teatro e di cultura, uno degli attori più amati d’Italia, il nostro Lawrence Olivier nazionale, il grande Giorgio Albertazzi accompagnato dal genovese autore/attore Adolfo Margiotta.
E pensare che per ferrea volontà di Marco Spiccio, di questa rassegna non è apparso nemmeno un comunicato stampa su un bollettino parrocchiale….ne prima, né durante…”Il passaparola, il passaparola sarà più che sufficiente, la Marina di Capolungo è piccola, e poi chi deve arrivarci, ci arriverà…e gli altri sapranno dopo.”

1 luglio 2005, per il pomeriggio alle 16.00 organizziamo una “merenda sinoira” dal piemontese “merenda che fa da cena” poiché a suonare con la pancia piena si canta in modo soporifero.
L’elenco dei commensali dimostra l’esistenza di un vero clan: le maitre Marco Spiccio detto Maspi, con suo fratello “ragionante”, il prezioso e geniale fonico della rassegna Paolo Spiccio detto Paspi, l’amico Fabrizio ”Vivanza” Olmi, il “ricercantautore” Cristiano Angelini; sua eccellenza Max Manfredi e sorpresa delle sorprese, l’incantevole, “più che tre parole”, Valeria Rossi, appena giunta da Roma, in compagnia del suo più acerrimo fan, l’amico d’infanzia dello Spiccio, il re dei Wagon-lits con omicidi, Marco La Ferla. Un pomeriggio da ricordare…
Dopo un corroborante bagno nel tramonto della Marina di Capolungo, inconsapevole d’alghe rosse e allarmismi da quotidiano, eccoci tutti alla serata, che si prospetta emozionante.
Apre le danze la coppia d’amici e ricercatori universitari formata da Cristiano Angelini accompagnato da Marco Spiccio al pianoforte che non abbandonerà più per l’intera serata.
Cristiano, spezzino, folle innamorato di Genova, adottato e ricambiato con passione da una città che gli ha aperto le porte più segrete, la sa cantare con maestria e sensibilità unica, dedicandole versi da amante tormentato come in “L’ombra della mosca”.

E’ poi la volta dell’attesissimo concerto di Max.
Presentarlo, per me è, come al solito, la piacevole ricerca di una sintesi, poiché credo che i grandi artisti filino il loro tessuto partendo dalla sottile trama del silenzio, quindi dopo alcuni versi di Jorge Luis Borges, non mi rimane che usare le parole dedicategli dal Maestro ed amico De Andrè: “…ecco, qui avete il migliore di tutti !”.
Accompagnato da Matteo Nahum, Fabrizio Ugas e Spiccio, il superlativo, mediterraneo e colto Max entra indissolubilmente nel cuore di tutti gli ascoltatori trascinandoli in un viaggio tra Portogallo e Grecia, tra degradati demoni della lanterna e virtuose vette d’Amor Cortese.
Bisogna ascoltarlo e leggerlo e poi riascoltarlo e rileggerlo ancora, questo bene prezioso per la musica d’autore italiana. E’ un dato assoluto, però, che Max Manfredi non abbia, mai avuto bisogno di un secondo ascolto per lasciare un segno indelebile, poiché le sue canzoni di primo acchito, rimangono immediatamente in mente al punto tale che melodie e parole dopo l’ascolto di un disco o di un concerto, al risveglio mattutino, stanno lì a fior di labbra e in mente a darci un delizioso, infinito, piacevole tormento armonico.
Ed ecco quindi che il pubblico di Capolungo, per intero, canta a memoria i poetici testi di Max, affascinato dalle atmosfere e dalle storie musicalmente arredate con vera maestria. “Fado del dilettante”, “La fiera della Maddalena”, “Azulejos” “Tabarca” e quant’altre splendide canzoni vengono accolte da vere ovazioni.
A metà del concerto ecco la sorpresa delle sorprese raggiungere, applauditissima, il palcoscenico: Valeria Rossi che duetta con Max, in un’antica, severa canzone del genovese, dal titolo “Tristano”. E prosegue con Max alla chitarra in un’inaspettata versione di “La nova gelosia”, struggente canzone napoletana già cantata da De Andrè in Nuvole e in “Vola” di Fossati.
Che sorpresa Valeria Rossi…che “osserva l’aria….”
Seconda parte del concerto di Manfredi, che si chiude con un gran finale cantato in coro ed accompagnato da tutti i presenti, “Notti Slave”, al quale si aggiunge anche il ben noto bassista Federico Bagnasco con il suo contrabbasso “anoressico”, dando la stura ad uno dei ben noti siparietti ironici che contraddistinguono le esibizioni del nostro e d’altronde è di sottile complicità l’atmosfera generale dei set Manfrediani.
Per chi ancora non lo conoscesse (ahimè, lo sfortunato….) mi si permetta qualche considerazione, mossa dal grande rispetto e dall’affetto che mi legano all’Artista.
Max Manfredi è realmente uno tra gli artisti più maturi, originali e interessanti nel panorama della nuova canzone d’autore italiana (e non soltanto italiana!). La colpevole industria discografica italiana, (quella delle“majors”) in perenne bilico tra il fallimento e la masochistica causa del fallimento, ossia la ricerca di artisti “fast-food” da consumare e digerire in breve tempo chè la carne si accontenta di poco, dopo una prima, vera, attenzione rivoltagli anche grazie al Premio Recanati nel 1989 ed alla Targa Tenco assegnatagli come migliore opera prima nel 1990 con “Via G.Byron poeta”, lo ha accompagnato fino al 1994, l’uscita del suo secondo CD “Max”, un vero capolavoro dove troneggia uno stupendo duetto con Fabrizio De Andrè in “La Fiera della Maddalena”, poi si è adeguata al mutamento delle condizioni culturali ed economiche generali e ha ceduto le armi ai nuovi “general managers” che devono far tornare i conti ogni settimana e date le scelte “artistiche”quasi mai ce la fanno…un serpente che si morde la coda. Dal ’94 sono usciti ancora due splendidi dischi per l’etichetta Storie di Note, “L’intagliatore di Santi” e “Live in Blu”, che portano Max ad essere riconosciuto dalla critica come uno dei classici della canzone d’autore. Una sfilza di innumerevoli premi nazionali ed internazionali (per ultimi nel 2005, il Premio Lunezia per l’attività artistica ed il Premio LoCascio 2005 per la canzone d’autore) fanno da corona alla sua interminabile serie di concerti in Italia ed all’estero. Da contorno al piatto forte ecco una interessante attività letteraria e pedagogica, dai limerick ai racconti, alla musica antica…In Europa, Germania, Austria, Francia si trasmettono speciali, concerti ed interviste dedicate al nostro Max.
Insomma, quando avremo il piacere di assistere anche sulla nostra amata/odiata tv nazionale ad un concerto di Max Manfredi in prima o seconda serata? E quando avremo il piacere di ritrovare nei negozi le ristampe dei due primi, splendidi, dischi ormai esauriti da tempo?
Credo fermamente che far conoscere l’opera di Max Manfredi ai più sia una questione di civiltà.
O non ce lo meritiamo?
Il mio è un desiderio, che chiaramente abbraccia anche tutti gli altri (e sono molti) artisti di talento, di valore, di spessore, che non cedono alle facili lusinghe del mercato, alle leggere concessioni, alla superficialità, pur essendo assolutamente amati dai molti conoscitori e tutti meritevoli d’essere proposti al grande pubblico.
Dopo questa personale, dovuta, dichiarazione d’amore che molti condivideranno ed altri mi perdoneranno, torniamo alla cronistoria della rassegna.

Come d’abitudine consacrata, ogni notte abbiamo dato vita al dopo concerto, con abbondanti libagioni portate avanti indefessamente sino all’alba d’ogni mattino.
I luoghi prediletti delle agapi notturne durante la rassegna sono stati due: il Pub del Duca, adiacente al palco della Marina di Capolungo, gestito con vera sapienza dal Mastro Birraio Roberto e da tutto il suo giovane staff in cucina ed ai tavoli, che non ringrazieremo mai abbastanza. Il bellissimo Vintage di Sori, dove pazientemente ci attendevano per deliziarci Ermanno e la incredibile sommeiller e gastronoma Myriam…accoglienza, cibi, vini e momenti preziosi!

La notte è sempre stata piccola per noi ( Ah! La focaccia di Recco ancora calda, come le parole tra noi, all’alba…) e i risvegli comunque sempre piacevoli perché ci attendevano altra musica ed altri amici, ed eccoci giunti al 2 luglio con il concerto di Marco Berruti.

Marco Berruti, piemontese di Vercelli, è un altro grande artista che come dice Giorgio Maimone, non rischia di diventare famoso troppo in fretta, perché fa dischi troppo belli e senza concessioni.
Prodotto dall’amico Massimo Visentin e distribuito da Storie di Note come Manfredi, è arrivato al 2003 con il suo secondo, atteso, bellissimo disco dal titolo “Così è per me”. È quel che oggettivamente si dice un bell’uomo, garbato, riservato come la sua terra ed ha una voce profonda, calda, forte, suggestiva come la sua terra…E racconta storie sottilmente malinconiche come il suo sguardo.
Dal palco snocciola, personalissime, perle poetiche, delicate e struggenti come “La collina”, “Così è per me”, “Riflessi”, “Bordò” e ballate ritmate al profumo di mare come “Mamamyriam” o zingaresche da ballare come “Batti il tempo”.
Una serata, nella quale il pubblico è rimasto incantato, concentrato ed attento a quel bravo cantautore piemontese che, dalle sue colline e pianure, portava al mare un po’ di brume all’acqua e anice e…non fa l’avvocato o il ferroviere….ma è solo un Poeta. E scusate se è poco.

Tra i presenti si notava la deliziosa testolina della sorridente Valeria Rossi che non voleva più tornare a Roma, affascinata dall’onnipresente e coccolante Accolita dei Folli (Max, Cristiano, Maspi, Marco La Ferla, Fabrizio, il sottoscritto ed altri) e dall’atmosfera di grande serenità della Marina di Capolungo.
La sua era una voglia di non ripartire, di fermarsi a Sant’Ilario, che hanno dimostrato tutti gli artisti che ci hanno raggiunto in quei giorni. Tant’è che anche i genovesi erano presenti tutte le sere nelle quali non avevano impegni professionali.
Se non è magia questa…

3 luglio, la serata è tutta di Franco Boggero, cantautore genovese, storico e storico lo è nel vero senso della parola. Laureatosi in Lettere all’università di Genova, con diploma di perfezionamento in Storia dell’arte medioevale e moderna, dal 1980 è storico dell’arte presso il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Nel 1997 ha la ventura ( o l’avventura?) di incontrare sul suo cammino Marco Spiccio ed Augusto Forin e con loro forma il mitico progetto di consesso musical-poetico Arcivernice. Autore di brani che personalmente amo moltissimo, è dotato di una realistica, pungente ironia disincantata. A presentarlo è l’ospite a sorpresa, il bravo e simpatico attore genovese Paul Castelvecchi, e la divertente serata passa leggera ed attenta tra riflessioni sulla vita e l’esistenza, tra malinconie ed insicurezze al profumo di pesto e controllati disagi nel rapporto con l’universo femminile, il tutto condito da melodie insolite che fanno breccia per la loro raffinatezza. Al pianoforte ad accompagnarlo c’è la colonna portante Marco Spiccio che accompagna Franco anche in una delle mie canzoni preferite anche per motivi di cuore (papà è maestro dell’Arte citata)… “Sfumature”: “Si respira un’aria come di sconforto questa sera da Aldo, son venuto con l’idea di farmi fare un taglio appena più corto, la radiolina suona un ritmo lento un desiderio di frizioni e di shampoo ci prende già. […] Sono uscito con le orecchie nel vento respirando tramonto, ma ho bisogno di un giudizio immediato e di una luce più vera, perché là dentro li ho lasciati fare, questa testa è troppo regolare, e io non so… Ed è un vivere di sfumature, un po’ più alte un po’ più basse a seconda della mano del maestro che ti prende…”

Venerdì 8 luglio, inizia un altro fine settimana che prende il via con una serata che promette moltissimo e che a vero malincuore non mi ha visto sul palco per poterli presentare ed ascoltare, i veronesi Marco Ongaro e Grazia De Marchi, insieme sulla scena per proporre un’attenta selezione dal meglio della loro opera.
I due si conoscono bene, oltre ad un legame territoriale, hanno un’intesa artistica che li ha portati a condividere, un progetto ispirato alla vita ed all’intensa carriera di Grazia, prima un recital, quindi nel 2000 il disco, entrambi scritti dall’ottimo autore Marco Ongaro, dal forte titolo evocativo: “Lasciatemi vivere”.
Grazia De Marchi ha una carriera trentennale e splendidamente impegnata. Dedica recital monografici alle canzoni di Luigi Tenco, a quelle sui testi di Pasolini, alla canzone napoletana classica, alla canzone popolare del nord-est, al repertorio della grande Milly, al tango argentino e italiano del primo novecento e al moderno di Astor Piazzola. Ci fa sentire Brecht e Weill, capolavori francesi e brasiliani, perle nascoste della moderna canzone colta italiana e francese… Canta le canzoni di Brel tradotte per lei dal grandissimo, indimenticabile, ma mai abbastanza ricordato attore ed autore Duilio Del Prete, con il quale ha condiviso le scene ed una grande amicizia. I lavori su Brel, Pasolini, Calvino, vengono proposti con successo in Francia, Spagna, Portogallo, alle Canarie…ed al nostro amato Club Tenco dove l’ottimo Marco Ongaro ha vinto con “Ai” nel 1987 la Targa Tenco come miglior opera prima. Tre anni dopo è la volta di “Sono Bello dentro”, dove fa bella sfoggia di sè un omaggio a Piero Ciampi “Artista moribondo”. Va da sè che il nostro viene invitato a partecipare alle due serate teatrali in omaggio a Ciampi, dalle quali vengono tratti due dischi dove brillano le sue magistrali e suggestive interpretazioni “Te lo faccio vedere chi sono io” del 1992 e “Inciampando” del 2002. Intanto nel 1995 aveva inciso “Certi sogni non si avverano” al quale era seguito un lungo e meditato silenzio, durante il quale il bravo Marco Ongaro ha incastonato un gioiellino dopo l’altro in veste d’autore a tutto tondo, dal teatro alla danza con performances e recitals e collaborazioni a dischi d’altri autori. Ritorna a cantar di sé e per sé nel 2002 con il nuovo gruppo, La Scorta, incidendo “Dio è altrove” e nel 2004 “Esplosioni nucleari a Los Alamos”.
La serata dal valore artistico e poetico assoluto ha toccato le corde più sottili e profonde, regalando emozioni vere, impagabili. Sul palco per un cammeo, non poteva mancare l’accompagnatore per eccellenza, Marco Spiccio, che ha suonato il pianoforte attorno alla calda voce di Grazia in uno splendido e doveroso omaggio a Faber. E l’omaggio ai due è stato fatto dall’ospite della serata Max Manfredi. Fin qui la cronaca. Per onestà intellettuale, quindi, permettetemi di confessare che al termine della telefonata notturna con il Maspi che mi raccontava della serata appena conclusa, ho scagliato il cellulare dal finestrino del carro attrezzi che, sulle colline del Monferrato, trainava la mia auto in panne….

Ripresomi dal furore “luddista” della mia sfortunata serata precedente, ritrovata l’automobile in salute e la via di Sant’Ilario, per entrare nello spirito giusto del concerto di Sergio Alemanno, (9 luglio) all’ora di cena è apparsa ai miei occhi, come un viatico, una colossale, benedetta, porzione di “gianchetti”…La “genovesite”, meravigliosa malattia presente ad uno stadio latente fino a poco tempo prima della rassegna, e della quale ero consapevole portatore sano, a quel punto era oramai conclamata e la candida testa di Sergio seduto di fronte a me era diventata l’unico riferimento di tutto ciò che sarebbe capitato di lì a poco.
Accompagnato da Marco Spiccio (…e chi sennò?) al pianoforte, imbracciando la sua chitarra come solo lui sa fare, il genovese per eccellenza, il caposcuola della canzone d’autore dialettale ligure, il bianco cantastorie ha iniziato il suo concerto proprio con “Gianchetti”. Sul volto, mi dicono, mi si è stampato un sorriso che non è più scomparso sino al termine del concerto…Il musicale vernacolo della lanterna, ha così compiuto l’ultimo atto del mio definitivo innamoramento di Genova.

Sergio Alemanno nasce a Genova nel 1941. Figlio minore della scuola genovese degli anni ’60 ha collaborato più volte con Paoli, Bindi e Lauzi con i quali divide una grande amicizia. Nel 1980 esce il suo unico Lp. “O strassê, “ splendida e purtroppo unica raccolta di vere “chicche” partorite così, semplicemente e tutte bellissime, dove la semplicità è un valore poetico assoluto. Da questo disco Paoli e Lauzi decidono di interpretare ed incidere alcuni brani che fruttano all’Alemanno un riconoscimento definitivo e meritato. Ha inoltre ideato”La bottega delle serenate”, per cui esegue serenate e dediche musicali su commissione (le tariffe vanno dalle sei bottiglie di vino fino alla generosità del commissionante). Così vive di musica, serate e concerti
Alla Marina di Sant’Ilario, i molti genovesi (e tutti gli altri spettatori che non vivono in quella falce di luna che si chiama Liguria) hanno goduto, felici, della pura, calda bellezza dell’ingenuamente luminoso cantore di terra e di mare. “viâtri normali no puéi apressâ cöse se prêuva a ëse come mi
a no avei ninte e in to stesso tempo sentise padroin,
padroin de tutte cöse che viâtri cacciæ via cosci
quande ben ben corri dove voéi arrivâ. (O strassê)
Unico, preziosissimo Sergio…
Nel tardo pomeriggio del 10 luglio fin dal sound-check di Pino Marino, due giovani ragazze erano sedute in platea, ad ascoltare cantando a fior di labbra, tutte le canzoni che Pino, il birbante romano, provava.
Incuriosito ho chiesto di dove fossero…romane…e se fossero a Nervi in vacanza…erano partite in treno alle 5 di mattina da Roma ed arrivate da pochi minuti, per venire ad ascoltare, fans appassionate, il loro idolo assoluto Pino Marino. Sarebbero ripartite alle 2 di mattina…Pochi istanti dopo, erano già state coinvolte e divenute stupite e divertite parte integrante dell’Accolita dei Folli, potendo così stringere amicizia vera con Pino Marino e tutti noi. Sono ripartite due giorni dopo e addirittura ritornate la settimana successiva per godere nuovamente dell’insolita bellissima atmosfera di questo evento. Un altro esempio della piccola grande Magia…

Pino Marino, incredibile voce, chitarre e piano, tutto solo sul palco, piccolo e gigante al tempo stesso ha stregato ed ipnotizzato gli spettatori con un talento che solo i grandi possiedono.
Quando ha intonato la sua nuova “Non ho lavoro”, sussurrata prima e poi disperatamente gridata, un brivido ha percorso la spina dorsale di tutti. “…Io non ho lavoro, quindi io non ho paura di perdere il lavoro”. Un immagine immediata, drammaticamente semplice, come uno stiletto che ti arriva dritto al cuore, come una luce che ti riporta alla lucida coscienza del reale e ti risveglia.

Dopo i bellissimi “Dispari” del 2001 e “Non bastano i Fiori” del 2003, finalmente in ristampa, dal 2005 nuova etichetta, nuovo singolo e anche nuovo disco per Pinomarino prodotto ora dalla casa di produzione cinematografica Fandango: l’etichetta non è nuova ad escursioni musicali e letterarie, è diventata una vera e propria factory, come Pino Marino non lo è nei confronti del cinema (vedi la presenza di un suo pezzo nella colonna sonora di “Caterina va in città” di Paolo Virzì).
“L’uomo non sia indegno dell’angelo che protegge il suo fianco, l’uomo si guardi piuttosto dal fianco scoperto che ha” (L’uomo, l’angelo e il quadrante del mondo)
”…chiunque stasera abbia gli occhi per guardare ha l’invenzione del tramonto fra le mani,
chiunque stasera non sa più cosa dire ha l’invenzione del silenzio fra le mani” (L’invenzione di un uomo)
Se non l’avete ancora fatto, comprate i suoi dischi, sono da godere per intero, brani musicalmente e poeticamente mai scontati e propongono questa punta di diamante della scuola romana, rinnovata completamente da talenti rari e puri come il suo, mi ringrazierete e lo ringrazierete.

15 di Luglio, autostrada calda e bloccata da code interminabili e strazianti. Viaggio d’altri tempi: 8 ore di automobile da Ivrea (TO) a Sant’Ilario (GE) ai 20 all’ora, in compagnia dell’amico attore Michael Reale (uno degli ospiti a sorpresa della serata, sì, proprio quello di Linda e il brigadiere, di Carabinieri, l’avvocato Raul del serial Vivere…) che guida mentre io gli leggo le canzoni di Piero Ciampi e le poesie ed i racconti brevi di un altro degli ospiti a sorpresa della serata l’ex-calciatore anarchico e fuori dagli schemi, fuorigioco, l’amico splendente, geniale e ferocemente lucido Ezio Vendrame. Ezio sarà alla Marina con un altro Ciampiano d.o.c. il meraviglioso cantore colto e poeta Pino Pavone. Sono impaziente di abbracciarli, di strizzarli fraternamente, sono rari e preziosi.
Sono le 21,30 del 15 di luglio, è tardissimo…! Tutti mi stanno aspettando per dare inizio alla serata, quando trafelato, rotolo giù dalla stretta creuza che porta alla Marina, stipata come una metropolitana giapponese. Scatta come un ovazione sorridente e divertita, ma li vedo seduti in prima fila, gli occhi brillano, mi fermo di fronte a loro, li abbraccio, finalmente posso dirglielo e so di farlo anche a nome dei Santi Folli, Marco Spiccio in testa: “Ezio, Pino, io vi voglio bene, grazie di essere qui”. Scatta un applauso che ci fa sentire che il momento è di quelli che non si scordano più.
Ma è ora di cominciare e preparo l’atmosfera per il piatto forte con un brano di Vendrame ed una poesia (Istantes) di Jorge Luis borges.

A far gli onori di casa con la sua musica, il gatto sornione Augusto Forin sale sul palco di Sant’Ilario e da vita ad uno dei concerti più emozionanti di tutta la rassegna. L’Augusto di Sori è cantautore sensibile, intelligente, delicato, a tratti assolutamente geniale. I suoi testi sono ricercati e dalle intuizioni folgoranti, come solo la macaja sa esserlo. “Questo è l’oriente del nord, dove vengono a meditare le persone sole e le zanzare e nelle scie delle navi ci puoi trovare le coppie clandestine condannate a nuotare. E c’è un bazaar per ogni portone e una mano tesa a ogni stazione di questa lenta via crucis metropolitana” (L’oriente del nord)
Canta l’amore, la nostalgia, la donna e la difficile arte di vivere, Augusto, e lo fa sempre bene, da innamorarsene al primo ascolto, per la chiara, saggia, vera, umiltà di un uomo che ha capito molte cose durante il suo viaggio e “sa di non sapere”.
È musicista vero, bassista in primis e chitarrista dalle composizioni dall’impatto immediato, divertenti o venate da “spleen”, vaganti tra il jazz più bianco e le contaminazioni mediterranee. Ha suonato con Federico Sirianni, Fabrizio Casalino, Pino Pavone e condiviso (lo fa tuttora) progetti con tutta quella che ormai definisco abitualmente l’Accolita dei Santi Folli, della quale fa parte da sempre, condividendone una serrata amicizia ed avventure comuni, a partire da Marco Spiccio e Franco Boggero (Arcivernice), proseguendo con Max Manfredi (Le ristampe di Tex), al quale ha anche dedicato una canzone: “Esco da una tua canzone /come da un cinema /ma dimmi tutte quelle parole /dov’è che si trovano /perché io ne avrei bisogno sai /per riuscire ad esprimermi /in questa sorta di swing”.(Max)
Come se non bastasse, è fotografo eccezionale (credo che questa attività sia speculare anche a molte sue canzoni) e grafico pubblicitario. Con l’instancabile moglie Patrizia ha creato lo studio “Il pigiama del gatto” ed organizza da due anni “Sori Solidale”, kermesse artistico-musicale di valore nazionale a favore dell’Associazione Gigi Ghirotti.

A metà del suo concerto, sul palco, sono saliti gli ospiti per gli interventi poetici che ci hanno fatto vibrare come le corde di un’arpa. Ho aperto le danze con “Lentamente” di Pablo Neruda per introdurre Michael Reale, amato e amabilmente conteso da tutte le stupite presenze femminili della Marina di Capolungo, che con la sua profonda, splendida voce ha recitato alcuni versi del Nobel per la pace Nelson Mandela (Siamo tutti nati per risplendere).
E’stata quindi la volta di Ezio Vendrame che, come al solito vibrante, emozionato ed emozionante per il troppo Amore, ha recitato alcune sue lucide perle, scandalosamente belle. La poetica di Ezio è un inno alla Vita, alla Donna, all’Amicizia ed all’Amore, come una vera medicina per le nostre paure malcelate dal pudore di vivere. Ha chiuso il suo intervento citando una delle frasi che ritiene, a ragione, tra le più belle mai pronunciate da una donna al suo amato: “Se non ricordo più i volti che ti hanno preceduto, io sono tua DA sempre”…
L’incanto stupito dei presenti è proseguito con Pino Pavone, raffinato, vissuto, anch’egli amico e partner di Piero Ciampi in mille avventure, autore di canzoni stupende come le due che ha proposto:
“La casa di Piero” e la commovente “Questi poeti”.
E non poteva mancare l’omaggio a Piero, penetrante e luminoso come la sua voce, ha intonato “Livorno” e a qualcuno luccicavano gli occhi…Una spezia rara Pino Pavone.

L’affollato dopo concerto al Vintage di Sori è stato bello, vivo, divertente ed emozionante come la serata appena trascorsa. Nessuno avrebbe voluto che finisse mai, quella congerie di poeti, attori e musicisti, di uomini e donne legati dalla voglia di bellezza che solo il riconoscersi regala. All’alba, l’arrivederci ad Ezio che ripartiva dopo pochi minuti è stato sereno, certi che ci saremmo ancora rincontrati presto (sembrava d’essere bambini alla fine delle vacanze estive) ma c’erano ancora così tante cose da dire…

Il giorno dopo, è pausa per il cartellone di “C’era un cartello giallo…” ma sul palco per la Sant’Ilario è salito Carmelo, cantante e musicista spagnolo di talento, genovese d’adozione per amore di una splendida donna genovese dalla bellezza Andalusa. Con la sua voce argentina ha interpretato grandi classici della canzone d’autore italiana ed internazionale, omaggiando De Andrè con la sua traduzione in castigliano di “Bocca di Rosa”.

Una sera di pausa per me, Michael Reale, ospite per tutto il fine settimana e Pino Pavone, che, grazie al vice-presidente Silvano Carea, ad alcuni soci della Sportiva S.Ilario e alla gente della Marina di Capolungo ci siamo sentiti, veramente a casa. Di più non vi dirò, chè la discrezione a Genova è di casa. Se proprio volete sapere, andate alla Marina di Capolungo e capirete.

Il 17 luglio, il concerto si apre con, ospite a sorpresa, la straordinaria Stick Band, capeggiata da Bob Callero accompagnato dalla voce della graziosa e brava Manuela. Bob oltre ad essere uno dei bassisti più bravi in circolazione e ad aver suonato con tutti i più grandi (è più facile dire con chi non ha suonato che ricordare tutti gli altri tra cui, ad esempio, Lucio Battisti o Eugenio Finardi) è stato il primo ad adottare nella musica leggera italiana lo stick bass che da solo, se padroneggiato con maestria, diventa un vero e proprio combo, una vera orchestra nelle mani di un musicista solo…E lo abbiamo gustato questo set, come un frutto maturo. La voce di Manuela è bellissima come il suo sorriso.
Sul palco accompagno nuovamente Michael Reale che tra le mani ha il libro di Riccardo Mannerini edito da Libero di Scrivere, lo apre e con la sua splendida voce fa della romantica e straziante “Tom Flaherty, garzone di fattoria” un capolavoro di recitazione. “Ti amo, ti amo tanto, ma a te non lo farò capire mai.”
È poi la volta di accogliere sulla scena Marco Cambri. Per il sottoscritto è stata una vera illuminazione, tanto che, anche mentre sto scrivendo, nell’hi-fi, sta vorticando il suo cd. Una gioia per l’anima e l’udito. Ha il volto antico di un nativo americano e la voce precisa e ruvida che ad ogni canzone ti apre le porte di un mondo nascosto ma vivissimo, dove si vive ancora come il titolo
del suo splendido disco “A curpi de pria” . Dove si fa fatica ad andare ma il cuore è ancora e sempre pieno di valori forti ed intatti. Incantati dalle sue poesie, dal dialetto genovese che nel suo caso è praticato, potente, reale, fisico e forte di montagna che guarda il mare, ci siamo lasciati trasportare ascoltando le bellissime “Ostaia”, “Pria neigra”: “Arrio da donde o mâ o l’arria Co-e urtime so goççe de savoio Da donde a feuggia a-o scioco bagascia a mostra a pansa da donde d’aegoa e vin no n’avansa”. “Arrivo da dove il mare arriva con le ultime sue gocce di salato. Da dove la foglia allo scirocco bagascia mostra la pancia da dove l’acqua e il vino non avanzano “
Poi “Lunn-a”, la fiabesca “Ninnamì” e un groppo in gola è arrivato a molti dei presenti quando Marco ha intonato “Angiolinn-a”. Una personalità così inedita, così necessaria è rara nel panorama della canzone d’autore italiana.
Anche per lui vale lo stesso disappunto da me provato a proposito di altri: quando potremo godere, di questi tempi, del fatto che una personalità artisticamente autonoma, un poeta e musicista vero come lui, sia reso noto al grande pubblico?

La data di Claudio Roncone prevista per il 23 luglio è stata anticipata di due giorni, quindi eccoci alla sera del 21 luglio, aperta a sorpresa (questa sì, grossissima) da Vittorio e Aldo De Scalzi. Che dire…la gente era in piedi ad applaudire, lungamente, queste due colonne della musica italiana. Ad ottobre Vittorio De Scalzi tornerà nei negozi di dischi con un nuovo lavoro, esaltante, interamente in dialetto genovese…Aspettiamo trepidanti…Ah! Dimenticavo…Grazie di essere stati con noi.
Quindi, ancora deliziato dai suoi ospiti, il cantautor-filosofo Roncone ha preso a piene mani dal suo repertorio di più di duecento canzoni scritte (di poesia si tratta), ma in particolare dal suo CD “Rosso e Nero. Ballate Per Sempre” del 2001. Autoprodotto. Tanto per gradire, il ricavato delle molte vendite è stato devoluto alla neonata fondazione “Via Del Campo”. Le copie ancora in commercio si possono trovare a Genova nel salotto-negozio-museo De Andrè di Gianni Tassio che si innamorò, come tutti noi, della voce di Claudio.
Una preferita? “Vita, la suonatrice di flauto”: “Andrea canta e… non…. pensa… Maria s’è recisa la chioma e……. danza..Paolina è una creatura di fuoco…e..sangue dolcissimo…Vita suona il flauto….e…rincuora……. tutti……”

Un saluto ed un ringraziamento particolare lo vorrei fare ad Antonello Cassan ed i suoi amici della casa editrice “Libero di Scrivere” di Genova, piccola, geniale ed attenta al mondo della poesia e della poesia in musica. Sono stati sempre presenti con i loro libri e mi hanno supportato con moltissimi testi da loro pubblicati, durante il mio stare in scena.

21 luglio e la scena, dallo sfondo giallo con una scritta nera, viene impreziosita dalla bellissima, giovanissima e bravissima Maria Pierantoni Giua alla chitarra, accompagnata da una altra bellissima e bravissima, la violoncellista Martina Marchiori. Sotto lo sguardo concentrato del suo produttore, il mai abbastanza lodato Beppe Quirici ( arrangiatore e produttore fra gli altri di Fossati, Vanoni e l’ultimo Gaber) Maria ha catalizzato l’attenzione con la sua voce cristallina e calda, mediterranea e latina, con la sua poetica originale. Giovane ma già matura, convincente. Scrive musica e parole dall’età di nove anni, ha studiato con Armando Corsi ed Anna Sini. Canta musica sacra per diletto e ha vinto il Premio Lunezia nel 2003 ed il Premio Città di Recanati nel 2004.
Un talento puro, raro e necessario alla nostra musica italiana. Chi ancora non la conosce, sentirà molto presto parlare di lei: è in corso d’opera la produzione del primo album della “Farfalla” Maria Pierantoni Giua sotto l’ala del Quirici che si avvarrà di una gran bella squadra: Elio Rivagli, Armando Corsi, Carlo Fava e Gianluca Martinelli…

Eccoci alla sera del 23 luglio, nella quale è prevista la kermesse finale con moltissimi ospiti a sorpresa e l’insediamento in una saletta del Pub del Duca, della sede diplomatica ufficiale temporanea dell’”Infermeria Bigi ed Eredi” del Club Tenco. Luciano Barbieri con suo figlio ci raggiunge portando con se il Re degli Assiri “Salmanazar”. È il nome del botttiglione di 9 litri 12 bottiglie di Rossese di Mandino Cane che viene aperto solo nelle occasioni meritevoli.
Piccola e dovuta cronistoria dalle parole di Luciano Barbieri:
“1991 Giobatta Mandino Cane mi dice di avere trovato, nell’allora suggestiva cantina, una chiesa sconsacrata, un bottiglione di Rossese di Dolceacqua. Mi spiega che solitamente BIGI alla vendemmia lo faceva riempire per usarlo in una delle Sue incredibili feste. Dichiara che non lo darà a nessuno ma, se lo voglio, io lo posso prendere.
Detto fatto, incredulo guardo l’etichetta: è del 1989 anno della Sua “partenza”.
1992 La prima uscita del bottiglione Salmanazar avviene ad Alessandria al Teatro Comunale dove viene celebrato Luigi Tenco a 25 anni dalla scomparsa.
1995 Morte di Amilcare Rambaldi a Sanremo in Via Carli dove abitavamo, viene stappato alla salute di Amilcare.
1997 Ricaldone L’Isola in Collina gran casino a fine rassegna con i cantautori. Daniele Silvestri in testa.
2000 Pavana località il Mulino grande festa per i 60 anni del Maestrone Francesco Guccini già primario dell’infermeria.
2005 Dagli amici Genovesi alla marina di Capolungo per la manifestazione “C’era un cartello giallo con una scritta nera”.

Immaginatevi l’atmosfera della Marina di Capolungo…Tre ore di concerto con tutti sul palco per una serie di set indimenticabili: splendido padrone della situazione, il mago del lago-farmacista dalla voce roca e dal talento preclaro Luca Ghielmetti ( che mi ha portato ai brividi con una intima versione della sua “Uomini secchi”. Ogni raro disco di Luca è un piccolo capolavoro), sua eccellenza l’intagliatore di santi Max Manfredi, il milanese dal fascino assoluto, imperdibile dal vivo, Fabrizio Consoli, il gatto sornione Augusto Forin, il cosmopolita da Cantù Andrea Parodi, il toscano in bilico tra la terra e il mare Massimiliano La Rocca, altro ironico canturino il giovane Paolo Pieretto, i giovanissimi e bravi Disamistade da Mondovì che dopo aver aperto le danze han prestato il folletto al bouzouki Marengo ad altri set, il bio-ricercatore di poesie e suggestioni Cristiano Angelini, i torinesi scanzonati della Banda Elastica Pellizza, su e giù dal palco, il “colpevole” di aver aggregato tanta bellezza, Marco Spiccio tra il piano ed una cervogia ed infine il sottoscritto Daniele Lucca da Ivrea a far da umile e godutissimo mastro delle cerimonie. Chiusura tutti insieme sul palco con “Genova per noi intonata dal Ghielmetti. Di questa serata e degli artisti che si sono esibiti, bisognerebbe raccontare di più, è vero, ma lo spazio è tiranno quindi “di più non dimandare…” I privilegiati che l’hanno vissuta la racconteranno ai nipotini. (Potete sempre chiedere a loro).

Arriviamo al pomeriggio dell’ultimo giorno della rassegna (24 luglio) con sulle spalle una notte di veglia intensa, vissuta fino all’ultima goccia di vita e quindi carichi di gioia anche per il momento più importante per Sant’Ilario. Lasceremo un segno del nostro passaggio a perenne omaggio e ringraziamento di questi luoghi al nostro amato Faber. Alle 18,30 la creuza che conduce alla stazioncina di Sant’Ilario è gremita di gente, artisti, giornalisti, amministratori, turisti ed indigeni. Dopo i ringraziamenti di rito a sponsors e Fondazioni (De Andrè e Carige) ed il saluto del presidente della Società Sportiva Mario Benvenuto, è la volta dell’assessore alla cultura della provincia Sig.ra Maria Cristina Castellani e dell’assessore alla vivibilità del Comune Sig.ra Morgano. Quindi prende la parola il nostro amato e prezioso ospite Enrico De Angelis a nome del Club Tenco e giunge il momento di inaugurare l’opera di Adriano Leverone, un libro aperto riportante uno splendido “acrostico rosa”di Max Manfredi. Max e Carmelo intonano “Bocca di Rosa” accompagnati da tutti gli emozionati e commossi presenti. Un attimo solo per un sorridente gesto imbarazzato di molti ad asciugarsi una perla dagli occhi lucidi, e tutti al brindisi in sede sportiva, poi tutti nuovamente al palco per una serata dedicata ai cantautori storici di Genova condotta in porto da Marco Spiccio al pianoforte (ma va?!?) e la elegante voce jazz di Laura Olivari. Non paghi della serata precedente sul palco tutti abbiamo voluto concedere un bis di gran finale con Cristiano Angelini, Fabrizio Consoli, Augusto Forin, Angela Moscato, Max Manfredi che si sono alternati sul palco per poi chiudere tutti insieme con Laura Olivari che ha intonato “Creuza de ma” seguita da tutti, genovesi e non. In chiusura, un saluto su tutti, il tormentone di tutta la rassegna, urlato da tutti coloro che avevano vissuto questo storico evento:”E’ tutta colpa di Marco Spiccio!”Applausi? Molti. Gioia? Molta. Malinconia? Anche. Perché era finita. All’anno prossimo? Staremo a vedere…
Per ora, ciò che abbiamo vissuto nessuno ce lo toglierà più….

Sopra tutto quel che vi ho raccontato hanno vigilato, partecipando entusiasti ed increduli tutti i simpatici abitanti della meravigliosa Marina di Capolungo ed i numerosi soci della Società Sportiva di Sant’Ilario (che ha compiuto 60 anni ma è fresca come un’adolescente in fiore) senza i quali, questo evento non avrebbe avuto luogo. Ci piace pensare che dall’alto, sopra tutti quanti, molto probabilmente, da una finestra della Marina stessa lasciata appositamente aperta, il nume tutelare di tutti i cantautori Amilcare Rambaldi da Sanremo, con il suo fraterno amico Bigi da Dolceacqua hanno goduto, sorridendo, dello spettacolo, sorseggiando un po’ di quel buon Rossese Riserva di Mandino Cane in compagnia del loro ospite e padrone di casa Fabrizio De Andrè da Genova…

Buona vita a tutti.

Daniele Lucca

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